Rugby in carrozzina Abruzzo: il valore dell’esordio

Il primo turno di campionato è sempre un momento particolare. Per una squadra all’esordio rappresenta molto più di una semplice competizione: è il passaggio dall’allenamento al confronto reale, dalla preparazione alla misura concreta del proprio livello.

Per il Rugby in carrozzina Abruzzo, impegnato in Sardegna contro Rugby Capoterra e Dragons Milano, questo primo appuntamento ha segnato l’inizio di un percorso fatto di crescita, consapevolezza e costruzione del gruppo.

Abbiamo raccolto le impressioni di Patrizio Claudio, protagonista in campo, che racconta con lucidità cosa ha significato questo primo weekend di campionato.

Intervista a Patrizio Claudio

Patrizio, primo turno di campionato: che tipo di esperienza è stata, al di là del risultato?
È stata un’esperienza fondamentale per rompere il ghiaccio e testare il lavoro fatto in allenamento. Il primo turno serve sempre a capire a che punto siamo, sia fisicamente che mentalmente, e a creare quella coesione di squadra necessaria per affrontare tutto il campionato.

Giocare fuori casa, in un contesto già strutturato come quello di Capoterra, cosa vi ha fatto capire subito del livello del campionato?
Giocare fuori casa ci ha fatto capire che il livello di intensità fisica e mentale è molto alto.
È un campionato dove la personalità conta quanto la tecnica.

C’è stato un momento, durante il weekend, in cui hai pensato: “ok, adesso siamo davvero dentro questa cosa”?
Probabilmente durante il riscaldamento e dopo il primo scontro fisico della prima partita. In quel momento, l’adrenalina e la velocità del gioco ci hanno fatto capire che non eravamo più in allenamento, ma in una competizione reale dove ogni azione ha un peso.

Com’è cambiato il gruppo tra la partenza e il rientro? Cosa vi siete portati a casa come squadra, più che come singoli?
Siamo partiti come un insieme di singoli e siamo tornati come un blocco unico. Il viaggio e le difficoltà affrontate insieme hanno rafforzato la fiducia reciproca. Ci portiamo a casa la consapevolezza che, nei momenti di pressione, possiamo contare l’uno sull’altro, migliorando la nostra coesione oltre le individualità.

Guardando le partite con Capoterra e Dragons Milano: dove avete retto meglio e dove invece avete sofferto di più?
Sono state due partite molto diverse, al di là del risultato abbiamo retto bene fisicamente, non abbiamo mollato di un centimetro neanche sotto pressione, tuttavia, abbiamo un po’ sofferto nella gestione del possesso palla quando la stanchezza ha iniziato a farsi sentire contro avversari molto fisici.

Qual è stata, secondo te, la cosa che vi è mancata di più per essere competitivi fino in fondo?
Sembra assurdo, ma in realtà non si tratta di mancanza di talento o di fisicità ma di dettagli su cui possiamo e dobbiamo lavorare in allenamento.

Se dovessi sintetizzare in una lezione questo primo turno, quale sarebbe?
La lezione più grande è che nel rugby non si gioca mai da soli. Puoi avere la carrozzina più veloce, ma se non sei in sincronia con i blocchi e i movimenti dei compagni, non vai da nessuna parte. Abbiamo imparato che la comunicazione in campo è importante quanto la forza fisica.

C’è qualcosa che vi ha sorpreso — nel gioco, negli avversari o anche in voi stessi?
Mi ha sorpreso la resilienza del nostro gruppo. Nonostante i momenti di difficoltà, nessuno ha mai abbassato la testa. Degli avversari mi ha colpito la malizia agonistica: sanno esattamente come posizionarsi per chiuderti ogni spazio. È uno stimolo enorme per migliorare.

Su cosa pensi che la squadra debba lavorare subito, già dalle prossime settimane?
Dobbiamo lavorare sulla fase difensiva e sulla precisione dei passaggi sotto pressione. Dobbiamo diventare più compatti e “fastidiosi” per gli avversari, riducendo al minimo gli errori gratuiti che regalano il possesso palla.

E a livello personale, su cosa senti di voler crescere di più come giocatore?
Voglio migliorare nella lettura del gioco, riuscire ad anticipare le mosse degli avversari invece di limitarmi a reagire. Inoltre sto lavorando molto sulla resistenza per mantenere alta l’intensità per tutti i quattro tempi di gara.

Siete all’inizio di un percorso: che tipo di squadra può diventare Rugby in Carrozzina Abruzzo tra qualche mese?
Possiamo diventare una squadra estremamente solida. Abbiamo una base umana fantastica: se trasformiamo questo entusiasmo in disciplina tattica, diventeremo un gruppo capace di giocarsela a viso aperto con le realtà più esperte del campionato.

Qual è l’obiettivo realistico che vi siete dati, al netto dell’entusiasmo iniziale?
L’obiettivo primario è il consolidamento. Al di là dell’emozione dell’esordio, puntiamo a creare un gruppo tecnicamente solido che possa competere stabilmente nel campionato, migliorando la fluidità di gioco e la resistenza fisica.

Al di là del campo, cosa significa per voi portare in giro il nome dell’Abruzzo in questo sport?
Significa rappresentare la resilienza della nostra terra. Portiamo con noi la fierezza e la caparbietà tipiche degli abruzzesi, dimostrando che anche da una regione geograficamente complessa possono nascere eccellenze sportive inclusive.

Quanto conta, concretamente, sapere di avere alle spalle realtà del territorio che credono nel progetto?
È fondamentale. Non ci sentiamo una “particella isolata”, ma la punta di un iceberg. Sapere che il territorio ci sostiene ci dà la responsabilità e la forza necessaria per dare il massimo: giochiamo per noi, ma anche per chi ha scommesso su di noi.

Il supporto di aziende del territorio non è solo economico: in cosa si traduce davvero per voi, nella quotidianità della squadra?
Si traduce in serenità. Significa poter contare su attrezzature adeguate, trasferte organizzate meglio e la possibilità di allenarsi in strutture idonee. Toglie il peso della precarietà, permettendoci di concentrarci solo sull’aspetto atletico.

Secondo te, cosa dovrebbero capire più aziende del territorio di questo progetto?
Dovrebbero capire che non è “beneficenza”, ma un investimento in valore umano. Aziende come il Gruppo Zecca Energia, che ha deciso di Sostenere il Rugby in carrozzina Abruzzo fin dai momenti iniziali del progetto, hanno compreso che dare supporto a progetti come il nostro significa promuovere una cultura dell’integrazione e della performance che restituisce un’immagine di forza e innovazione sociale a tutto il territorio.

Se dovessi raccontare questo weekend a qualcuno che non ha mai visto una partita di rugby in carrozzina, cosa gli diresti?
Direi che è un mix di adrenalina, impatti metallici e strategia pura. Gli direi di dimenticare la “disabilità” e di guardare gli atleti: vedrebbe scontri duri, velocità e una voglia di vincere che non ha nulla da invidiare a qualsiasi altro sport professionistico.

La prossima volta che scenderete in campo, cosa vuoi che sia diverso rispetto a questo primo turno?
Vorrei vedere una maggiore consapevolezza tattica. In questo primo turno l’emozione ha giocato la sua parte; la prossima volta vorrei una gestione dei ritmi di gara più lucida e meno “frenetica”, facendo tesoro degli errori commessi oggi.

Un punto di partenza, non un punto di arrivo

Il primo turno non definisce una stagione, ma ne chiarisce la direzione.

Per il Rugby in carrozzina Abruzzo, questo esordio ha restituito indicazioni concrete: il livello del campionato, il valore del gruppo, il lavoro ancora da fare. Ma soprattutto ha confermato un aspetto che va oltre il campo: la solidità di un progetto che cresce insieme al territorio che lo sostiene.

Ed è proprio da qui che si costruisce tutto il resto.

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